Un caso reale con SCOP 5,82, R290 e sistema a fan coil: tutti i dettagli tecnici di un’installazione che ha eliminato quattro caldaie a gas
In Italia, gli edifici pesano per il 41% dei consumi finali di energia (Italy for Climate, 2024). È il settore più energivoro del Paese, di gran lunga. E quando si parla di edifici pubblici, la situazione è ancora più critica…
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Secondo un’analisi di The European House – Ambrosetti pubblicata a fine 2024, il 56% degli edifici pubblici italiani si colloca nelle classi energetiche E, F o G, con un quarto del totale concentrato nella sola classe G.
Tradotto in termini pratici: abbiamo una enorme quantità di scuole, ambulatori, sedi comunali, asili nido riscaldati da vecchie caldaie a gas che bruciano denaro pubblico producendo emissioni di CO₂ che potrebbero essere evitate. Per sempre.
La storia che ti racconto oggi è uno di quei casi: un Comune in provincia di Pavia, con quattro caldaie a metano accumulate nel corso di anni di ampliamenti successivi, che abbiamo decarbonizzato installando una singola pompa di calore idronica. Cosa abbiamo ottenuto? Riscaldamento, raffrescamento e acqua calda sanitaria per un intero complesso – che comprende la sede comunale, un asilo nido e un ambulatorio – senza un metro cubo di gas.
In questo articolo ti racconto tutto in dettaglio: la preanalisi, i problemi trovati, la scelta della macchina, la configurazione idraulica della centrale termica. Se sei un installatore, un progettista o un tecnico di un ente pubblico, troverai un caso studio concreto su cui ragionare.
Il punto di partenza: quattro caldaie, quattro zone, zero coordinamento
Quando Antonio, il nostro installatore partner, si è presentato sul posto insieme allo studio di architettura per il sopralluogo iniziale, ha trovato una situazione che vedo spesso negli edifici pubblici cresciuti per stratificazioni successive.
Il Comune si era espanso nel tempo. Ogni ampliamento aveva generato un impianto di riscaldamento autonomo, arrivando a quattro caldaie a metano, ognuna che serviva una porzione dell’edificio. Quattro sistemi paralleli, non coordinati, con tubazioni di distribuzione squilibrate, collettori non bilanciati e radiatori in ghisa tubolare – storicamente i più difficili da gestire con una pompa di calore a causa delle temperature di mandata elevate richieste.
Qui emerge il primo principio tecnico che voglio condividere: sostituire un generatore di calore senza analizzare a fondo il sistema di distribuzione è il modo più rapido per generare un impianto malfunzionante. L’impianto di distribuzione è una vera variabile critica che molti tendono a sottovalutare.
Nel caso specifico, la preanalisi ha evidenziato tre criticità sovrapposte. I radiatori erano sottodimensionati – e probabilmente lo erano già con le caldaie, dato che gli ambienti risultavano comunque freddi d’inverno. Le tubazioni erano troppo piccole e troppo lunghe. I collettori erano squilibrati, con portate d’acqua insufficienti in alcune zone.
La preanalisi è la vera differenza tra un impianto che funziona e uno che diventa un problema.
La valutazione iniziale di mantenere i corpi scaldanti esistenti, semplicemente sostituendo il generatore, non ha retto. I costi di adeguamento dell’impianto esistente – rifacimento delle tubazioni, sostituzione dei radiatori, ribilanciamento – sarebbero stati invasivi quanto, se non più, un rifacimento completo del sistema di distribuzione. E comunque non avrebbero garantito il risultato.
La soluzione: fan coil canalizzati e un unico generatore centralizzato
La scelta progettuale è stata quella di abbandonare il vecchio sistema a radiatori e installare un impianto ad aria a fan coil canalizzati, integrato con unità sky air. Il tutto rivestito in cartongesso, per un risultato estetico coerente con la struttura dell’edificio.
Questo approccio ha portato con sé un vantaggio che vale la pena sottolineare: la pompa di calore gestisce ora riscaldamento e raffrescamento con lo stesso impianto. I vecchi condizionatori split sono stati eliminati. L’aria viene distribuita in modo canalizzato, con una diffusione morbida e non aggressiva – aspetto che in un edificio con utenza pubblica (asilo nido, ambulatorio) conta quanto l’efficienza energetica.
Come macchina è stata scelta una pompa di calore con le seguenti caratteristiche:
- Refrigerante R290 (propano), che consente temperature di mandata fino a 75°C – un parametro critico per edifici con impianti idronici esistenti o in zone climatiche più fredde
- SCOP dichiarato di 5,82: ogni kWh di elettricità alimenta l’impianto restituisce 5,82 kWh di energia termica. Per confronto, le pompe di calore aria-acqua di buona qualità si attestano generalmente tra 4,5 e 5. Qui superiamo del 16% le prestazioni già buone, consumando ancora meno energia elettrica.
- Livello sonoro massimo di 49 dB – un dato che in contesti pubblici (asili, ambulatori) è dirimente, non un dettaglio estetico
Il R290 merita una nota tecnica. Rispetto all’R410A, le pompe di calore a propano mostrano uno SCOP mediamente più elevato – uno studio comparativo su macchine della stessa marca ha quantificato il vantaggio del R290 sull’R410A intorno al 16%. In un edificio pubblico che funziona tutto l’anno, questo divario si traduce in risparmi energetici misurabili su ogni stagione.
La centrale termica: i dettagli che fanno la differenza
L’unità esterna è posizionata appena fuori dalla centrale termica. Due tubazioni di mandata entrano nel locale tecnico, dove è installato il puffer di accumulo dell’acqua tecnica. Da qui, quattro circolatori gestiscono altrettante zone di distribuzione, permettendo a ogni area dell’edificio di raggiungere il proprio set point indipendentemente.
Qui voglio soffermarmi su due configurazioni idrauliche che considero assai significative per chi progetta impianti di questo tipo.
La T sulla mandata
L’acqua viene derivata direttamente dalla mandata della pompa di calore, prima di entrare nel puffer, se c’è una richiesta attiva dall’impianto. L’effetto è che l’acqua più calda disponibile – quella che esce dal ciclo termico – va all’impianto senza passare dall’accumulo. D’estate, nella logica invertita del raffrescamento, questo significa mandare all’impianto l’acqua più fredda possibile, migliorando la deumidificazione degli ambienti. Antonio, che ha realizzato il lavoro, ha confermato che questa configurazione abbatte i cicli di sbrinamento invernali, con un impatto diretto sui consumi.
L’inversione estate/inverno nel puffer
L’acqua calda tende a salire, quella fredda a scendere. D’inverno si vuole spillare acqua calda dall’alto del puffer verso l’impianto. D’estate è l’opposto: la mandata fredda va indirizzata verso il basso dell’accumulo, per creare uno strato freddo da cui attingere per il raffrescamento. Una valvola a tre vie gestisce questa inversione stagionale. Il guadagno in termini di stratificazione del puffer e prestazioni complessive – sia in riscaldamento che in raffrescamento – è concreto e misurabile.
Vale la pena ricordare che il puffer, per quanto configurato con questa cura, svolge anche la funzione di separatore idraulico: separa le portate del circuito della pompa di calore da quelle dell’impianto, che lavorano con delta T molto diversi. I fan coil hanno il loro delta T, la pompa di calore ha il suo. Mischiare i circuiti senza separazione significa penalizzare le prestazioni di entrambi.
Il quadro normativo: Conto Termico 3.0 per la pubblica amministrazione
Se stai lavorando con un ente pubblico, il quadro incentivante attuale (marzo 2026) merita attenzione. Il Conto Termico 3.0, introdotto con il D.M. 7 agosto 2025 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 26 settembre 2025), ha potenziato significativamente il supporto alla PA.
Per le pubbliche amministrazioni che installano pompe di calore in edifici scolastici, ospedali, RSA e strutture pubbliche nei Comuni con meno di 15.000 abitanti, l’incentivo può coprire fino al 100% delle spese ammissibili (fonte: Infobuild Energia, novembre 2025). Un dato che stravolge il profilo economico di questi interventi.
Il meccanismo è già operativo dal dicembre 2025. Le domande si presentano attraverso il portale GSE, attivo a partire da inizio 2026.
Il Conto Termico 3.0 è oggi lo strumento più concreto per spingere la decarbonizzazione degli edifici pubblici italiani.
Domande Frequenti
Posso usare una pompa di calore in un edificio con vecchi radiatori in ghisa?
In alcuni casi sì, a patto di un’analisi approfondita delle superfici di scambio e delle temperature di esercizio. Nel caso descritto in questo articolo, i radiatori erano talmente sottodimensionati da rendere necessario un rifacimento completo del sistema di distribuzione. Ogni situazione va valutata a sé con preanalisi e calcolo del fabbisogno termico. Dai un’occhiata anche a questo caso studio di una villa con radiatori.
Perché usare il R290 invece di altri refrigeranti?
Il propano ha un GWP (Global Warming Potential) quasi nullo – è il refrigerante più ecologico disponibile oggi – e consente temperature di mandata elevate (fino a 75°C), rendendolo adatto a edifici con impianti idronici tradizionali. Sul piano dell’efficienza, le macchine a R290 mostrano uno SCOP mediamente superiore a quelle a R410A a parità di condizioni operative.
Come si gestisce la zonazione in un edificio pubblico con ambienti a uso diverso?
Attraverso circolatori separati per zona, valvole motorizzate e set point differenziati. Nel caso di Pavia, quattro zone con quattro circolatori indipendenti permettono a ogni area di rispondere in modo autonomo alle proprie esigenze – l’ambulatorio a una temperatura, l’asilo nido a un’altra, gli uffici comunali a una terza.
Quali incentivi esistono oggi per la PA che vuole installare pompe di calore?
Ad oggi (marzo 2026) il Conto Termico 3.0 (D.M. 7 agosto 2025) copre fino al 100% delle spese per edifici pubblici di tipo scolastico, ospedaliero e RSA nei Comuni sotto i 15.000 abitanti. Fuori da questi parametri specifici, la copertura arriva fino al 65%. Le domande si presentano tramite il portale GSE.
Cosa significa questo per chi progetta impianti
Il caso che ti ho raccontato non è un’eccezione, anzi. È esattamente il tipo di situazione che si trova nella stragrande maggioranza degli edifici pubblici italiani: impianti cresciuti senza un disegno unitario, caldaie accumulate nel tempo, sistemi di distribuzione non bilanciati.
La buona notizia è che questi edifici sono decarbonizzabili. La condizione è avere una metodologia di analisi rigorosa, scegliere macchine professionali con i parametri giusti, progettare la centrale termica con attenzione alle configurazioni idrauliche che fanno davvero la differenza.
Se lavori su questo tipo di impianti – come progettista, come tecnico di un ente pubblico o come installatore specializzato – Sigillo Sicuro Lab è il riferimento che ho costruito per chi vuole lavorare su grandi edifici con la stessa metodologia che abbiamo applicato in questo progetto.
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A presto,
Ing. Samuele Trento
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