Capannone stampaggio plastica in provincia di Vicenza: da oltre 40 a 24 gradi con tre pompe di calore e canali microforati
1.080 mq raffrescati senza fermare la produzione, cantiere di una settimana, Conto Termico 3.0 al 65% e fotovoltaico già sul tetto
Alle undici del mattino, tra le presse dentro il capannone, il termometro segnava 40 gradi. I raffrescatori adiabatici rinfrescavano solo il cono d'aria che investivano, e chi lavorava a dieci metri dalla macchina restava al caldo.
La scelta che ha reso l'intervento sostenibile, a prima vista, sembra un passo indietro: abbiamo raffrescato metà capannone. Tre pompe di calore e canali microforati sospesi che lanciano l'aria a 13 metri solo sul reparto produttivo, dove stanno le persone. Abbiamo lasciato fuori il magazzino.
Oggi il termostato è a 24 gradi, l'energia arriva dal fotovoltaico che l'azienda aveva già in copertura e il cantiere è durato appena una settimana, senza fermare nemmeno una pressa. Nel video ti porto dentro il capannone e ti mostro come funziona.
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Tipo attività: Azienda di stampaggio plastica - reparto produttivo
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Superficie raffrescata: 1.080 mq, 9.720 mc
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Località: Provincia di Vicenza
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Impianto precedente: Aerotermi per il riscaldamento, raffrescatori adiabatici mobili per l'estate
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Distribuzione: Canali microforati induttivi sospesi, lancio dell'aria fino a 13 m, più un'unità a bocca aperta per l'area a getto unico
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Pompe di Calore: Tre unità aria-aria per 90 kW complessivi, più una quarta da 30 kW in un'area separata
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SCOP / SEER: 4,50 / 7,80
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Integrazione: Fotovoltaico esistente in copertura, controllo e monitoraggio da remoto per fasce orarie
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Incentivo: Conto Termico 3.0, 65% della spesa, erogato in due anni
La situazione di partenza
In questo capannone in provincia di Vicenza si stampava plastica da diverse estati a oltre 40 gradi. Il calore veniva dai macchinari prima ancora che dal sole: le presse fondono, raffreddano, espellono il pezzo, e quel ciclo satura l'aria del reparto. Enrico, il titolare, aveva già provato con i raffrescatori adiabatici, ma il flusso d'aria si concentrava in alcuni tratti e il resto del reparto restava com'era. Verso mezzogiorno la concentrazione calava e i turni diventavano pesanti.
La sfida tecnica e la soluzione
Metà dell'edificio è magazzino. Raffrescarlo avrebbe raddoppiato il costo dell'impianto e poi, ogni mese, quello dell'energia, per portare aria fresca a scaffalature che non se ne accorgono. Abbiamo disegnato la canalizzazione attorno alle persone: il confine dell'impianto coincide con quello del reparto, dove stanno le presse e gli operatori. Tre pompe di calore alimentano canali microforati sospesi sopra la linea, forati sul lato dove gli operatori si trovano più spesso: l'aria esce ad alta velocità, trascina con sé l'aria dell'ambiente e arriva a 13 metri, scavalcando tubazioni e canali già appesi al soffitto. Nel dimensionamento sono entrati gli aspiratori esistenti, che estraggono aria, e le interferenze con il lavoro, dai muletti al carroponte che attraversa la campata: le unità stanno fuori dal corridoio produttivo. Dove i microcanali sarebbero stati eccessivi abbiamo usato una macchina a bocca aperta, con un getto unico su un'area più ampia.
I risultati
Oggi il reparto lavora a 24 gradi, con ogni macchina programmata per fasce orarie sui turni e l'intero sistema monitorato online. Il pezzo che rende i conti sostenibili era già sul tetto: la pompa di calore assorbe energia nelle ore centrali della giornata, quando il fotovoltaico produce di più, e il raffrescamento estivo segue la curva del sole quasi ora per ora. Il Conto Termico 3.0 copre il 65% della spesa, erogato in due anni, e le stesse macchine riscaldano d'inverno al posto degli aerotermi. Enrico lo riassume così: "Abbiamo uniformato la temperatura in tutto l'immobile. I collaboratori lavorano più sereni". Una settimana di cantiere, senza fermare nemmeno una pressa.
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